Presentazione. Per una didattica digitale conviviale
Questo libro è nato nell’ambito dei laboratori legati all’insegnamento di Esercitazioni di didattica della filosofia presso l’Università di Siena. Presenta alcuni strumenti e pratiche digitali che è possibile utilizzare nell’insegnamento della filosofia; ha dunque un carattere eminentemente pratico.
Non sono tra quelli che ritengono che gli strumenti informatici siano la via maestra per fare scuola oggi, né tanto meno che siano indispensabili per la didattica della filosofia. Sono convinto che al centro del fare scuola – quale che sia la disciplina, ma soprattutto quando si fa filosofia – debbano esserci il confronto dialogico, l’uso vivo della parola, la discussione approfondita in un contesto relazionale quanto più possibile aperto1. E tuttavia, centrata sul dialogo, la scuola ha bisogno anche di esperienze, e alcune di queste oggi sono inevitabilmente legate all’informatica.
Qui presento, dunque, alcuni strumenti che consentono di fare cose interessanti in campo filosofico utilizzando l’informatica. A guidarmi nella scelta e conseguente proposta degli strumenti è un’idea precisa dell’informatica e del rapporto tra informatica e scuola, che vorrei illustrare brevemente.
Il mondo della scuola è destinatario di una certa quantità di prodotti e di strumenti digitali: i libri di testo, che nel loro formato elettronico sono fruibili solo attraverso la piattaforme proprietarie delle case editrici, e che consentono esperienze più o meno interattive; software e piattaforme con contenuti didattici o per l’elaborazione di testi, mappe concettuali, linee del tempo, esercizi interattivi eccetera; piattaforme per la gestione dell’apprendimento (Learning Management System) come Google Classroom o Microsoft Teams, che hanno ottenuto grande successo durante la pandemia, quando la chiusura delle scuole ha costretto a ricorrere con urgenza a strumenti per la didattica online.
Questi prodotti e servizi hanno diversi aspetti in comune. Anche quando sono gratuiti per l’utente finale, sono finalizzati a generare profitto e abituano gli studenti fin da piccoli a muoversi in spazi digitali chiusi e proprietari. Anche quando si presentano come sistemi interattivi, che consentono agli utenti di creare alcuni prodotti propri (si pensi alla creazione di una presentazione con PowerPoint), sono di fatto scatole chiuse: l’utente che fosse in possesso delle competenze tecniche necessarie non potrebbe intervenire sul codice per modificarlo e creare una versione personalizzata, adatta alle proprie esigenze, del software.
Esiste un’informatica diversa, che potremmo definire conviviale, per usare una categoria di Ivan Illich. In Tools for Conviviality (1973) il filosofo distingueva in questo modo gli strumenti conviviali da quelli industriali:
Lo strumento conviviale è quello che mi lascia il più ampio spazio e il maggior potere di modificare il mondo secondo le mie intenzioni. Lo strumento industriale mi nega questo potere; di più: attraverso di esso, è un altro diverso da me che determina la mia domanda, restringe il mio margine di controllo e governa il mio senso della vita.2
Gli strumenti informatici conviviali sono, in primo luogo, open source*: il codice è disponibile e consultabile da chiunque, ma soprattutto chiunque ne abbia le competenze può modificarlo, adattarlo alle proprie esigenze e ridistribuirne versioni migliorate. Uno strumento informatico conviviale stimola poi l’autonomia, la sperimentazione e la ricerca. Non richiede, per poterlo usare, corsi di formazione tenuti da esperti certificati. Questo non vuol dire che sia sempre semplice da usare; si tratta però di uno strumento dietro al quale c’è una comunità di sviluppatori che è anche una comunità di apprendimento: chi usa impara da chi ha programmato, chi impara contribuisce a migliorare, e il sapere tecnico si diffonde invece di concentrarsi nelle mani di pochi specialisti. È precisamente questo modello di trasmissione del sapere che rende gli strumenti open source* interessanti non solo sul piano tecnico, ma anche su quello pedagogico.
Uno strumento conviviale, inoltre, non persegue scopi stabiliti da altri. Non raccoglie i dati dell’utente, non ha lo scopo di modificare i suoi comportamenti, né di tenerlo connesso il più a lungo possibile. È uno strumento che si fa semplicemente usare per lo scopo per il quale è stato progettato.
C’è infine una dimensione politico-economica che non si può trascurare. Gli strumenti digitali dominanti sono prodotti da grandi multinazionali tecnologiche che per operare richiedono infrastrutture globali, investimenti enormi e competenze altamente specializzate. Questo modello concentra il potere in poche mani, genera dipendenza sistemica e – come si vede con crescente chiarezza nel caso dell’intelligenza artificiale – produce ricadute sempre più decisive anche sul piano militare e geopolitico. La scelta di strumenti leggeri e con codice aperto ha dunque implicazioni etiche e politiche, e che come tale merita di essere non sono discussa e argomentata, ma anche preferita in un contesto didattico.
La pubblicazione di questo stesso manuale segue questi criteri. Il formato digitale e la pubblicazione su Zenodo, repository di risorse aperte del CERN di Ginevra, consentono di realizzare nuove edizioni aggiornate senza dipendere dalle esigenze anche di mercato di una casa editrice. La licenza creativecommons* BY-SA consente a chiunque di creare versioni derivate di quest’opera, con la sola condizione di dover inserire un riferimento all’opera originale e di distribuire la nuova opera con la medesima licenza.
Questo libro esce a ridosso della pubblicazione della bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei3, che propone un cambiamento piuttosto significativo della didattica della filosofia, con la distinzione tra due modalità: la trattazione storica, tipica della didattica della filosofia nella scuola italiana dalla riforma Gentile in poi, e un approccio tematico, con "l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica". Non è qui possibile approfondire; osservo solo che questa seconda modalità apre uno spazio per vivere la filosofia come una pratica per la quali gli strumenti qui proposti possono risultate utili. Nella bozza si legge ancora che
Sia lo studio della filosofia, sia l’esercizio delle pratiche filosofiche permetteranno inoltre agli studenti di acquisire una consapevolezza critica nei confronti degli sviluppi tecnologici, in particolare dell’intelligenza artificiale, comprendendone, anche attraverso il confronto con le materie scientifico-tecnologiche, le potenzialità e i limiti, e promuovendone un uso responsabile ed eticamente orientato.
Il tema dell’intelligenza artificiale è ineludibile. Ad esso è dedicata l’ultima sezione di questo libro. Benché non soddisfi i criteri etici che considero irrinunciabili per la scelta degli strumenti da usare a scuola, non si può fare a meno di confrontarsi con essa, perché è ormai parte della vita quotidiana di docenti e studentesse4, e con ogni evidenza lo sarà sempre più.
Siena, 1 maggio 2026
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Per la mia idea di scuola, rimando a A. Vigilante, Senza cattedra. La scuola possibile, Loescher, Torino 2026.↩︎
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I. Illich, La convivialità, Boroli, Milano 2005, p. 43.↩︎
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Disponibile all’url: https://www.mim.gov.it/-/pubblicato-il-testo-delle-nuove-indicazioni-nazionali-per-i-licei-↩︎
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Nel libro alternerò il maschile e il femminile sovraestesi.↩︎