Uno strumento di base: il Markdown

I nostri studenti praticano la scrittura soprattutto attraverso la tastiera degli smartphone, che sono di fatto piccoli computer dalle potenzialità enormi, sfruttate però solo in minima parte. La scrittura passa per lo più attraverso le app di messaggistica, che hanno un ruolo centrale nella vita degli adolescenti e tutt’altro che periferico in quella degli adulti. I più smaliziati sanno già che aggiungendo su WhatsApp un asterisco prima e dopo una parola la si ottiene in grassetto, che un trattino basso la mette in corsivo, che una tilde la barra. In sostanza, trasformano le parole attraverso semplici segni di testo, e senza saperlo stanno già usando il principio del Markdown.

Il Markdown è un linguaggio di marcatura leggero che fa esattamente questo: ottenere certi risultati concentrandosi solo sul testo. Tecnicamente si tratta di un insieme coerente di segni che servono a dire a una macchina che cos’è quella parola o quella frase (un titolo, un corsivo, un elenco, una citazione) ma in fase di scrittura ci si concentra solo sul contenuto. La forma finale arriva in seguito, in fase di conversione: lo stesso file Markdown può diventare un PDF, una pagina web o un documento Word, a seconda delle esigenze. È il contrario di quello che accade con un word processor*, dove si crea direttamente la pagina finale e il contenuto è inseparabile dalla sua veste grafica.

Questo ha conseguenze concrete sulla qualità della scrittura. Quando non si deve pensare ai margini, al carattere o all’interlinea, il testo scorre più aderente al pensiero. Ma c’è un vantaggio meno ovvio, e forse più importante in un contesto didattico: scrivere in Markdown obbliga a pensare la struttura del testo – titoli, paragrafi, sottoparagrafi, citazioni – prima ancora di preoccuparsi di come apparirà. È un’abitudine mentale preziosa, che insegna a distinguere l’architettura del ragionamento dalla sua presentazione.

Un file Markdown è, nella sostanza, un semplice file di testo, anche se l’estensione del file è .md e non .txt. Può essere aperto con qualsiasi editor, su qualsiasi sistema operativo, oggi come tra trent’anni, senza dipendere da nessuna azienda né da nessuna licenza. Chi ha ritrovato dopo anni un documento scritto con un vecchio wordprocessor*, illeggibile perché il software non esiste più o la versione è incompatibile, comprende immediatamente il valore di questa caratteristica. Il Markdown è, per riprendere la categoria con cui abbiamo aperto questo capitolo, uno strumento conviviale: trasparente, portabile e controllabile interamente da chi lo usa.

Per chi non lo conosce, imparare Markdown richiede al massimo una mezz’ora. In Appendice si trova una guida essenziale alla sintassi e ai principali software per scrivere in Markdown. L’invito è a provarlo direttamente, perché è uno di quegli strumenti che si capiscono meglio usandoli che leggendone la descrizione.